Se fossi io la cattiva?

A volte mi capita di pensare alla mia vita come fosse un racconto.

Dal punto di vista della costruzione, ci sono due figure che non possono mancare: il protagonista e l’antagonista.

Sappiamo tutti che la vera forza della storia, forse, è proprio quest’ultimo.

“Non c’è storia senza un buon cattivo.” Forse la frase più inflazionata nei corsi di scrittura.

E se la vita è un racconto, allora abbiamo la tendenza a dipingerci come il protagonista.

Siamo chi affronta le difficoltà e ne esce a testa alta. Siamo esseri umani dal multiforme ingegno che se la cavano nelle situazioni più disparate. In qualsiasi modo questa immagine venga declinata, rimane una costante.

Siamo gli eroi della nostra storia. Siamo personaggi positivi. Gli antagonisti sono altri. I cattivi non siamo di certo noi.

Di questo siamo sicuri.

O forse no.

Perché a volte a me sorge un dubbio. E se fossi il cattivo di qualcuno? Se alla fine, dopo anni di ipotetica carriera da buona diventassi cattiva?

Probabilmente non lo scoprirò mai. Non si può avere la certezza di essere antagonista senza uno scontro o un motivo di attrito.

C’è poco da dire, se siamo davvero gli antagonisti, di certo non ce ne accorgeremo quando un cavaliere dall’armatura splendente proverà ad ucciderci armato di spada.

O perché un ragazzo con saetta sulla fronte proverà a sconfiggerci a suon di “Expelliarmus!”.

Se è vera la realtà del romanzo, bisogna considerare una cosa fondamentale.

In fin dei conti, è tutto relativo. Quindi i protagonisti possono essere gli antagonisti di qualcuno.

Anzi, dal punto di vista dei cattivi, è esattamente così.

Il concetto di base è dunque la percezione, in particolare quella di noi stessi.

Un po’ come quando ascoltiamo la nostra voce registrata.

Non è più la nostra voce.

Ecco, il ruolo nel nostro racconto è proprio così. Una questione di percezione.

Forse troverò il bandolo della matassa. Forse no.

Nel dubbio conservo l’idea di essere la mia protagonista. Non ho ancora capito che piega prenderà la mia storia.

Forse perché non sono un narratore onnisciente. Forse perché non siamo completamente buoni o cattivi.

E questa, alla fine, è una grande liberazione.

 

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Ultimo giorno di lezione

Sono sparita da parecchio ormai, ma quando c’è qualcosa da raccontare torno sempre.

Ieri è stato il mio ultimo giorno di lezione della triennale e, più ci penso, più mi torna in mente il primo.

Si parla di statistica. Già, la mia prima vera lezione universitaria è stata quella. Se ci ripenso mi fa sorridere l’idea della me di tre anni fa.

Da una parte, non vedevo l’ora di iniziare l’università. Dall’altra però avevo una paura matta di chi avrebbe frequentato l’università insieme a me.

Ero già partita con l’idea che sarei stata un’outsider. Poco male, non sarebbe stata una novità. Peggio della mia classe del liceo non sarebbe potuto essere.

Proprio per questo motivo è nato il blog, per raccontare le storie di una ragazza che pensava di non avere altro luogo in cui sfogarsi.

Quanto si sbagliava invece: non era l’unica a pensare che sarebbe stato fuori luogo. Alla fine, buona parte di noi aveva la stessa paura. Forse, è proprio per questo che ci siamo trovati.

Forse è il motivo per cui, alcune persone sembra di conoscerle da sempre, anche se alla fine sono passati solo tre anni.

Da quella famosa lezione di statistica sono cambiata tanta cose. Per fortuna. Mentirei se dicessi di non pensare al dopo, ma va bene così.

Alla fine tutto serve, anche un po’ di paura. La paura che ci aiuta a occuparci, non a preoccuparci.

E se non dovessimo riuscirci da soli ci sono sempre gli amici. Si sopravvive a storia, a microeconomia e macroeconomia, agli esercizi sbagliati e agli accidenti che capitano lungo la strada.

Si arriva addirittura a colonizzare una radio.

Quindi, del mio ultimo giorno di lezione, voglio ricordare la fatica per cercare di scattare una Polaroid, la pizza e la birra delle 3 del pomeriggio, chi c’è sempre stato, chi è arrivato solo quest’anno, chi se n’è andato, l’odore della pipa, la tesi finita, i saggi ancora da scrivere, le cene in compagnia e la leggerezza.

Sì, soprattutto la leggerezza. Perché anche se la sessione è alle porte, gli esami incalzano e non saremo mai troppo adulti per chiamarci dottori, io voglio ancora sentirmi leggera.

Senza superficialità.

PS allego foto dei sopravvissuti disponibili. Per chi non c’era, ho già pronto il rullino.

B vs Natale

Sono circa 7 anni che il Natale ed io abbiamo un problema. O forse sarebbe più corretto dire che io ho un problema con il Natale.

Di tutte le feste comandate, ha questo meraviglioso potere, di ricordare come nessuna, l’assenza.

Già, quell’assenza di chi hai perso che ti porti dentro come un macigno e che, durante il resto dell’anno riesci a gestire.

Ma poi arriva lui, anzi arriva la Vigilia, e tutto cambia. Perché è o non è la festa da passare in famiglia per antonomasia?

Esatto. E così sarà. Stasera mia madre ed io stapperemo del vino rosso e brinderemo a chi ha lasciato quel posto vuoto a tavola.

Perché lo sappiamo, avresti brindato con noi. E avresti preso in giro mamma perché, anche domani è Natale, non abbiamo nenache tirato fuori il presepe.

E voi, indipendentemente dal numero, state insieme. O se preferite state da soli.

Ma se avete qualcuno a voi caro, tenetevelo stretto.

Non solo oggi, ma tutti i giorni.

Buon Natale.

Una strana settimana

Tutto è cominciato quando la mia co-speaker ed io eravamo alla ricerca di persone da intervistare per Il Vaso di Pandora. Dopo Philippe Daverio serviva qualcuno di veramente interessante, qualcuno che sapesse raccontare anche le emozioni più complesse. Così, una nostra amica, praticamente la nostra fan e consigliera numero uno, ci ha suggerito Alessandro D’Avenia. Ormai non è più solo l’autore di Bianca come il latte e rossa come il sangue, ma ha pubblicato anche Ogni storia è una storia d’amore, il racconto di tante storie d’amore che parte da Orfeo ed Euridice per poi passare ad altre protagoniste come Zelda Sayre o Jeanne Hébuterne. Il professor D’Avenia è stato molto gentile e disponibilie, abbiamo parlato di amore e di come ci possa salvare. Se volete saperne di più, l’intervista è qui.

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Una ragazza che insegue il tram, la sua fida co-speaker e il loro (arc)angelo custode

Già così la settimana sarebbe entrata nella classifica delle settimane belle. Ma abbiamo voluto strafare. Sì, perché con Globe trotter abbiamo organizzato un incontro con Carlo Bonini, giornalista d’inchiesta, nonché autore di Suburra. Se vi ricordate l’avevo già intervistato qui, inflitrandomi con un microfono con scritto Radioluiss in un centro sociale di Garbatella mentre presentava il suo ultimo libro Il corpo del reato, sul caso Cucchi.

Carlo Bonini ha accettato di venirci a trovare e fin qui tutto bene. La cosa interessante è che da un piccolo workshop di redazione siamo arrivati ad una conferenza aperta e ad un’aula piena. Non solo, mi sono trovata dall’altro lato della cattedra con tanto di cavalierino con nome e cognome. Spoiler: alla fine della conferenza me lo sono portata a casa come fosse un trofeo.

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Nell’ordine da sinistra a destra professor De Sio, la sottoscritta, Carlo Bonini e la direttrice di Globe Trotter

Abbiamo parlato di tante cose, da Suburra ai mondi sommersi che si sviluppano a Roma e che, adesso, stanno prendendo il sopravvento. Il tutto passando per la politica locale e le elezioni ad Ostia.

Dopo questo incontro abbiamo anche realizzato un’intervista negli studi di Radioluiss.

23730790_10211019262253012_1929199238_oDefinire questa settimana impegnativa sarebbe riduttivo. Non ho avuto un attimo di respiro.

Rifarei tutto da capo?

Senza ombra di dubbio.

Internazionale a Ferrara

Tra il 29 e il 1 ottobre si è tenuto il Festival di Internazionale a Ferrara. Ora immaginatevi una piccola città il cui centro storico si colora di vita e ogni punto, davvero ogni punto, abbastanza spazioso da ospitare persone, che sia il teatro comunale o il cortile del Castello Estense, accoglie gli eventi culturali più svariati, dai dibattiti sulla satira, passando per la liberazione sessuale femminile all’essere genitori.

Questo è un po’ lo spirito del posto, un luogo d’incontro in cui misurarsi con diversi punti di vista. Incluso il meraviglioso umido che entra nelle ossa.

Ma va bene così, fa parte del gioco.

Durante questo weekend ricco di spunti intellettuali e gastronomici, ho avuto la possibilità di intervistare Claudia De Lillo, alias Elasti, giornalista, scrittrice e blogger.

Nella chiacchierata che abbiamo fatto per Radioluiss abbiamo parlato di un sacco di cose, di crescita, di sogni e di scrittura. È stato veramente un piacere parlare con lei e scoprire che dietro al personaggio presentato sul blog c’è una perosna genuina e reale.

L’intervista la trovate  qui .

Alla prossima avventura.

 

 

Ritorno estivo

Sono sparita per un po’, questo è innegabile. Probabilmente non mi andava di scrivere o forse avevo la testa troppo piena per farlo. Ancora non lo so, sta di fatto che ho abbandonato questa mia casa virtuale e mi dispiace.

Adesso che la mia vena creativa ha deciso di tornare, sono tornata anch’io.

Oggi vi racconto come mi è tornata la voglia di scrivere.

Alla fine in un modo molto semplice: leggendo.

Proprio ieri, dopo tanto tempo, sono andata in libreria e ho comprato dei libri per me. Intendiamoci, non è che in tutto questo tempo non abbia letto nenache un libro. Li leggevo in formato elettronico, che quando la vita è piena di impegni è pratico e facile da portare in giro.

Avendo tempo però, lo shopping in libreria rimane il mio preferito.

Così, mi sono concessa due libri di poesia.

Il primo è già uscito da un  po’ e per me è quel classico tipo di libro che “devo assolutamente leggere ma che comprerò la prossima volta”.

Sto parlando di Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari.

Sono poesie che parlando di un amore tormentato, di un amante abbandonato che però non riesce a rasegnarsi alla fine di questo rapporto e dunque scrive in versi la sua frustrazione e il suo dolore.

Le poesie sono estramente brevi, quasi degli epigrammi, ma è proprio questo il loro punto forte. Rendono il messaggio più immediato.

L’altro libro invece è più recente, gettonatissimo in rete, opera di una performer artist canadese di orgini indiane.

È Milk and Honey di Rupi Kaur.

Il libro si compone di quattro parti con diverse tematiche: il ferire, l’amare, lo spezzare e il guarire.

Anche qui i versi sono estremamente brevi, salvo qualche raro caso.

La particolarità è che alla fine di ogni peosia si trova un’illustrazione realizzata dall’autrice stessa.

I tratti sono essenziali, quasi degli scarabocchi realizzati al telefono. Ma è proprio lì che si cela la loro efficacia: risultano spontanei.

Così, grazie alla poesia sono tornata a quella che per me è la più grande soddisfazione: la scrittura.

The sun will set for you

Chester Bennington, cantante dei Linkin Park, è stato trovato morto suicida nella sua casa in California.

Non sono solita parlare di questi fatti, mi sembra sempre di entrare in un dolore che non mi riguarda.

Il dolore di una famiglia che ha perso qualcuno di caro, che fosse un padre, un figlio o un marito.

Questa volta però è diverso.

Sento di dover salutare la voce che mi ha fatto compagnia  nelle diverse tappe della mia crescita, soprattutto in quelle più brutte.

Quando il 6 settembre 2015 ho avuto la possibilità di ascoltare i Linkin Park dal vivo ancora non ci credevo.

Avevo aspettato così tanto quel momento che non pensavo sarebbe mai successo.

Poi siete saliti sul palco e non ho mai smesso di cantare.

Per ogni canzone c’era un ricordo. Non importava che fosse bello o brutto. La musica li faceva rivivere nonostante tutto.

Così io voglio ricordare te: mentre liberi tutta la potenza della tua voce sul palco di Rock in Roma.

R.I.P Chester.

La ragazza che inseguiva… le interviste 

Facciamo un’ipotesi. Ponete caso che qualcuno voglia fare la giornalista, in particolare si voglia dedicare all’inchiesta.

Non solo, questa persona ha anche un giornalista preferito che vorrebbe intervistare.

E se ci riuscisse?

Per completare la missione aggiungere un centro sociale, un libro da presentare, un microfono flash che non funziona e un’amica che ti accompagni.

Mescolare bene e otterrete la mia intervista a Carlo Bonini.

Sì, perché venerdì scorso ha presentato il suo ultimo libro Il Corpo del Reato alla Casetta Rossa, un centro sociale di Garbatella. Così, la mia amica, che per la privacy verrà interpretata da un angelo custode, mi ha accompagnata in missione.

Okay, avete il permesso di ridere all’idea di due luissine in un centro sociale. In effetti detta così è completamente fuori contesto. Ma alla fine ce la siamo cavata più che bene.

Non sappiamo se grazie alla sciarpa rossa della mia compagna di avventure o se grazie al mio parka. O forse perché alla fine stiamo parlando di preconcetti inutili.

Comunque, attimo di suspance perché l’unico che avremmo dovuto intervistare ufficialmente non sembrava voler arrivare.

Dopo trepidante attesa eccolo, peccato che stia per iniziare la presentazione. Quindi l’intervista è rimandata.

Dopo il dibattito sulla vicenda a cui hanno partecipato Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, Grazia Serra, nipote di Francesco Mastrogiovanni e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, la nostra eroina ce l’ha quasi fatta.

Così, assistita dal telefono, riesce a registrare quella che le sembra l’intervista del secolo e ad avere il libro firmato.

Non solo, riesce anche ad intervistare Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo.

Beh a qualcuno potrebbe essere andata molto bene. 

Ed essere molto contenta 

Sarei voluta andare in Erasmus… o forse no

Quando inizi a viaggiare da piccola ti rendi conto che vorresti essere padrona del mondo e che sì, un domani ti piacerebbe studiare fuori, se non addirittura trasferirti.

Ti viene spiegato che al liceo potrai fare il quarto anno all’estero e all’università l’Erasmus.

Tutto molto bello.

Nel frattempo continui a viaggiare in altro modo.

Inghilterra, Scozia, Spagna, Francia.

Quando arriva il momento del quarto anno all’estero decidi che non è il caso: con tutto quello che è successo ci manca che tu parta.

Beh ci saranno altre occasioni.

Torni in Inghilterra, con la consapevolezza che quelli sarà uno dei pochi posti che, per qualche misteriosa ragione, ti farà sempre sentire a casa.

Arrivi all’università convintissima che alla prima occasione non solo partirai, ma te ne andrai proprio.

Anche questa volta però non hai capito niente.

Alla fine questa idea dell’Erasmus non ti convince fino in fondo.

O meglio, ti convince più l’idea che la sua realizzazione pratica.

Bello partire, ma per andare dove?

Vale la pena fare la richiesta per un posto che non ti convince?

La risposta è una sola.

No.

Sei ferma nella tua decisione, convinta che sia la scelta migliore.

Poi escono le graduatorie.

Mentre cerchi i nomi dei tuoi amici, sperando che partano tutti, ti sorge un dubbio amletico.

Sarà stata la scelta giusta?

In cuor tuo sai che è così, però hai bisogno che qualcuno ti riporti con i piedi per terra.

E per fortuna, quel qualcuno c’è.

Per la privacy chiameremo “quel qualcuno” Nessuno.

Nessuno dice che facciamo le nostre scelte chiedendoci sempre se stiamo sbagliando e che arriveremo a un punto in cui dovremo imparare a distinguere tra l’umiltà del mettersi in dubbio e la validità delle nostre scelte.

Mettere le nostre scelte in dubbio ci può solamente far perdere l’equilibrio in corsa, metterci in dubbio a livello personale può fare in modo che in futuro faremo più scelte giuste e meno sbagliate.

Chiedersi se abbiamo fatto o se faremo scelte giuste in futuro non è la cosa giusta da fare, la cosa giusta da fare è fidarsi di quello che abbiamo fatto.

Anche perché alla fine arrivi alla conclusione che non esistono scelte giuste o sbagliate.

Un punto di partenza non è un punto di arrivo.

E sapete cosa?

Direi che Nessuno ha ragione.

 

Rome Press Game 2017

Tranquilli, non sono sparita. Diciamo che mi sono presa una sorta di pausa di riflessione.

No okay, la verità è che non avevo oggettivamente tempo di scrivere.

Dopo una lunga assenza eccomi. Con anche una nuova storia.

Vi racconto di quando ho deciso di partecipare al Rome Press Game, in  cui ho preso parte alla simulazione dei lavori di un ufficio stampa, che in realtà lavorava come fosse vero,  di come il mio team fosse veramente un signor team con la t maiuscola e di come abbia intervistato l’ambasciatore turco in Italia.

Ma partiamo dall’inizio. Il Rome Press Game è un’attività di simulazione all’interno dell’International Careers Festival in cui si sperimentano diversi tipi di giornalismo: scrittura on-line, radio e tv. I partecipanti vengono divisi in gruppi per lavorare meglio.

E fin qui tutto tranquillo.

Potrebbe capitare che la ragazza con cui devi scrivere il position paper su Amnesty International frequenti la tua stessa università e che sia, per fortuna, una persona normale.

Molto bene, nessun incastro di fuso orario o mediazioni assurde.

Potrebbe capitare che ti chiamino per fare la voce narrante per il video promozionale “perché fai radio”.

Grazie Radioluiss.

Potrebbe anche capitare di fare corse contro il tempo per editare articoli.

Potrebbe capitare che una mattina sia previsto che l’ambasciatore turco in Italia tenga una conferenza per la simulazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Potrebbe capitare che tu abbia così voglia di intervistarlo che ti scriva le domande in autobus.

Per fortuna trovi anche due valide compagne di intervista che ti aiutino a sistemarle, ad inseguire l’ambasciatore e a scrivere a sei mani un articolo di cui sono particolarmente fiera.

Ma sopratutto, le vere compagne di intervista ti aiutano dopo, sbobinando il materiale registrato, combattendo contro il rumore e il volume basso del computer.

Il tutto possibilmente evitando crisi diplomatiche e lo scoppio del terzo conflitto mondiale, dal momento che, subito dopo l’ambasciatore turco, avrebbe parlato quello proveniente dai Paesi Bassi.

Un mix esplosivo considerando il clima degli ultimi giorni.

Penso che l’adrenalina provata in quei momenti non la scorderò mai.

Il chiedere allo staff da dove arrivasse l’ambasciatore, andare a parlare direttamente con lui per domandargli se avesse tempo di concedere un’intervista, fargli letteralmente le poste alla fine della conferenza e infine tentare di registrare un’intervista nel caos più totale della Fiera delle Carriere Internazionali.

Di solito non scrivo post del genere, ma questa volta mi sembra dovuto ringraziare tutto il  Team 1, specialmente la mia tutor Arianna, che è una forza della natura, Francesca e Paola, le mie compagne di intervista, Celeste che si merita il premio di miglior giornalista e che ha ottimi gusti sia in campo letterario che per quanto riguarda la moda, Emilia che è una classicista a cui chiederei in prestito un pizzico della sua disinvoltura.

Grazie a tutti. Davvero.

P.S. siamo tutti ancora eccitatissimi

 

N.B. vorrei precisare che sì, il Rome Press Game è una simulazione, ma gli ospiti sono intervenuti nel loro ruolo, ergo i giornalisti facevano effettivamente i giornalisti e gli ambasciatori gli ambasciatori.