Addio a Stan Lee, cantastorie moderno

È morto Stan Lee, papà di Spiderman e di tanti altri supereroi Marvel che ci hanno fatto sognare da piccoli e non solo.

In modo superficiale si potrebbe dire che è stato il direttore editoriale della Marvel Comics, una delle case produttrici di fumetti più famose al mondo. Si potrebbe parlare di come insieme a Steve Dikto e Jakc Kirby abbia creato per la prima volta del personaggio di natura complessa. Tuttavia, questa descrizione vera, ma parziale, non gli renderebbe giustizia. Non sarebbe infatti in grado di spiegare la bellezza e la tragicità dei personaggi che ci ha donato, lasciandoci ogni volta senza fiato. No, non basterebbe. Non sarebbe neanche sufficiente ricordare tutti i personaggi che ha creato. Spiderman, Thor, Ironman, Hulk, X-Men, Daredevil e infine Dottor Strange insieme a Dikto. Si tratta di un uomo che, sull’orlo del licenziamento, ricevette il compito di creare un gruppo di supereroi, da contrapporre alla Justice League, appena creata dalla DC Comics. Così, dal genio di un uomo che stava per perdere il lavoro, arrivarono nei primi anni Sessanta i Fantastici Quattro. La stessa storia di Stan Lee è contornata da momenti particolari in cui l’ordinario, quasi per caso diventa straordinario. Un po’ come la storia di Peter Parker, che tutto si sarebbe sognato, tranne che essere morso da un ragno radioattivo e diventare Spiderman.

Quando si parla di Stan Lee, è come parlare di una pietra miliare dell’infanzia di noi tutti. Che siamo figli degli anni Novanta o degli anni Sessanta non importa. Almeno un personaggio di Stan Lee ci ha fatto compagnia durante la nostra infanzia. Tutti siamo stati l’impacciato Peter Parker o il sicuro Tony Stark. Abbiamo capito il dramma di essere diverso in una società che non ci vuole grazie agli X-Men. Stan Lee è riuscito a creare degli eroi complessi, molto diversi dal modello propinato fino a quel momento ai ragazzini. Si parla per la prima volta di supereroi con superproblemi. Abbiamo un’umanità che soffre, un’umanità vera proprio per i sentimenti che prova. Prima che arrivasse Stan Lee c’erano Batman e Superman, entrambi monolitici nel loro essere supereroi. Troppo per perfetti per essere semplici umani. Batman era ormai a un tale livello da sembrare quasi non umano. Superman proveniva da un altro pianeta addirittura. Troppa distanza tra loro e il lettore. All’inizio andava anche bene. Questa “distanza di sicurezza” aiutava a rinforzare la figura dell’eroe inarrivabile. Poi qualcosa è cambiato.

Stan Lee ha ripreso queste figure monolitiche e lontane facendole diventare degli esseri umani. Delle figure finalmente tridimensionali. Non più su un piedistallo da venerare, ma più vicine a noi, piccole e complesse creature terrestri, anche con problemi di tutti i giorni. Come lui del resto, che ha continuato ad avere questioni con Steve Dikto e Jack Kirby per le tentate querele. Non c’è mai stata una chiara linea, infatti, tra il contributo dei due disegnatori e quello di Stan Lee. Ad esempio, Dikto e Lee non erano d’accordo sull’identità segreta di Goblin. Alla fine però vinse Stan Lee. Così Goblin è in realtà Norman Osborn, padre del migliore amico di Spiderman Harry. Kirby, invece , si vendicò di Lee nel modo che gli veniva meglio: attraverso un fumetto. Mentre lavorava per la DC Comics, la concorrente numero una della Marvel, creò il personaggio di Funky Flashman, graffiante parodia di Lee. Nonostante questi retroscena del mestiere, è innegabile come Stan Lee abbia esercitato, ed eserciti tutt’ora, un forte potere evocativo sull’immaginario di noi tutti.

Siamo cresciuti con delle favole moderne che, grazie al cinema e alle serie televisive hanno continuato a crescere con noi. Abbiamo apprezzato ogni cameo di Stan Lee nei film dell’universo Marvel. Quasi abbiamo fatto a gara a vederlo per primo. Adesso tutto ciò non avverrà più. Il cantastorie della nostra infanzia se ne è andato. Lasciandoci un’eredità immortale da apprezzare e diffondere. Perché è quello che accade con le storie. Loro sono infinite. Noi no. Finché ci siamo, dobbiamo tramandarle. In questo modo continueranno ad avere vita anche dopo il loro creatore. Così renderemo omaggio ad un grande autore che ha saputo dare nuova vita all’epica moderna: il fumetto.

Buonanotte Stan,

che la terra ti sia lieve.

 

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Migliore di chi?

Ieri sera ho finito di guardare Insatiable, una serie tv di Netflix che ha fatto molto chiacchierare.

Insatiable è stata tacciata di fat-shaming,  di non essere una serie adatta a stare sul mercato e altri discorsi ricchi di retorica pseudo-moraleggiante.

La verità è che Insatiable ci porta a riflettere su una cosa importantissima, a cui noi non pensiamo mai.

Troppo spesso pensiamo di essere migliori di chi abbiamo davanti, di meritarci il meglio perché noi siamo migliori rispetto a qualcun’altro.

Perché quella persona è troppo stupida per aver preso il nostro stesso voto all’esame, perché quella persona non si merita niente, perché si comporta in modo diverso da noi.

Fermi tutti. Chi ha deciso che siamo noi i migliori? Chi ci arroga il diritto di giudicare così gli altri?

Perché l’antipatia è umana, quasi inevitabile, però la cattiveria gratuita è un’altra storia. Alla fine, se ci guardiamo intorno, ci rendiamo conto di una cosa: non siamo migliori di nessuno.

Anzi, forse siamo esattamente come le persone che critichiamo tanto. Solo che non lo ammettiamo a noi stessi, perché siamo migliori.

Dalla nostra bolla di perfezione, non ci accorgiamo che, in realtà, dovremmo farci un esame di coscienza.

Un po’ come Patty che, per vincere il concorso di bellezza, decide di rapire Roxy. Solo quando a sua volta viene rapita, si rende conto della gravità di ciò che ha fatto.

Certo, si tratta di un’esagerazione, ma in realtà è molto calzante. Alla fine, non siamo né migliori né peggiori.

Siamo persone diverse, con obiettivi e scopi diversi. Migliori di niente, migliori di nessuno.

A volte di successo, altre meno. Ognuno per la sua strada, cercando di coronare i propri sogni.

Evitando di distruggere gli altri solo per sentirsi più sicuri. Comportarsi così non ci rende migliori, solo più meschini e patetici.

-B

Se fossi io la cattiva?

A volte mi capita di pensare alla mia vita come fosse un racconto.

Dal punto di vista della costruzione, ci sono due figure che non possono mancare: il protagonista e l’antagonista.

Sappiamo tutti che la vera forza della storia, forse, è proprio quest’ultimo.

“Non c’è storia senza un buon cattivo.” Forse la frase più inflazionata nei corsi di scrittura.

E se la vita è un racconto, allora abbiamo la tendenza a dipingerci come il protagonista.

Siamo chi affronta le difficoltà e ne esce a testa alta. Siamo esseri umani dal multiforme ingegno che se la cavano nelle situazioni più disparate. In qualsiasi modo questa immagine venga declinata, rimane una costante.

Siamo gli eroi della nostra storia. Siamo personaggi positivi. Gli antagonisti sono altri. I cattivi non siamo di certo noi.

Di questo siamo sicuri.

O forse no.

Perché a volte a me sorge un dubbio. E se fossi il cattivo di qualcuno? Se alla fine, dopo anni di ipotetica carriera da buona diventassi cattiva?

Probabilmente non lo scoprirò mai. Non si può avere la certezza di essere antagonista senza uno scontro o un motivo di attrito.

C’è poco da dire, se siamo davvero gli antagonisti, di certo non ce ne accorgeremo quando un cavaliere dall’armatura splendente proverà ad ucciderci armato di spada.

O perché un ragazzo con saetta sulla fronte proverà a sconfiggerci a suon di “Expelliarmus!”.

Se è vera la realtà del romanzo, bisogna considerare una cosa fondamentale.

In fin dei conti, è tutto relativo. Quindi i protagonisti possono essere gli antagonisti di qualcuno.

Anzi, dal punto di vista dei cattivi, è esattamente così.

Il concetto di base è dunque la percezione, in particolare quella di noi stessi.

Un po’ come quando ascoltiamo la nostra voce registrata.

Non è più la nostra voce.

Ecco, il ruolo nel nostro racconto è proprio così. Una questione di percezione.

Forse troverò il bandolo della matassa. Forse no.

Nel dubbio conservo l’idea di essere la mia protagonista. Non ho ancora capito che piega prenderà la mia storia.

Forse perché non sono un narratore onnisciente. Forse perché non siamo completamente buoni o cattivi.

E questa, alla fine, è una grande liberazione.

 

Ultimo giorno di lezione

Sono sparita da parecchio ormai, ma quando c’è qualcosa da raccontare torno sempre.

Ieri è stato il mio ultimo giorno di lezione della triennale e, più ci penso, più mi torna in mente il primo.

Si parla di statistica. Già, la mia prima vera lezione universitaria è stata quella. Se ci ripenso mi fa sorridere l’idea della me di tre anni fa.

Da una parte, non vedevo l’ora di iniziare l’università. Dall’altra però avevo una paura matta di chi avrebbe frequentato l’università insieme a me.

Ero già partita con l’idea che sarei stata un’outsider. Poco male, non sarebbe stata una novità. Peggio della mia classe del liceo non sarebbe potuto essere.

Proprio per questo motivo è nato il blog, per raccontare le storie di una ragazza che pensava di non avere altro luogo in cui sfogarsi.

Quanto si sbagliava invece: non era l’unica a pensare che sarebbe stato fuori luogo. Alla fine, buona parte di noi aveva la stessa paura. Forse, è proprio per questo che ci siamo trovati.

Forse è il motivo per cui, alcune persone sembra di conoscerle da sempre, anche se alla fine sono passati solo tre anni.

Da quella famosa lezione di statistica sono cambiata tanta cose. Per fortuna. Mentirei se dicessi di non pensare al dopo, ma va bene così.

Alla fine tutto serve, anche un po’ di paura. La paura che ci aiuta a occuparci, non a preoccuparci.

E se non dovessimo riuscirci da soli ci sono sempre gli amici. Si sopravvive a storia, a microeconomia e macroeconomia, agli esercizi sbagliati e agli accidenti che capitano lungo la strada.

Si arriva addirittura a colonizzare una radio.

Quindi, del mio ultimo giorno di lezione, voglio ricordare la fatica per cercare di scattare una Polaroid, la pizza e la birra delle 3 del pomeriggio, chi c’è sempre stato, chi è arrivato solo quest’anno, chi se n’è andato, l’odore della pipa, la tesi finita, i saggi ancora da scrivere, le cene in compagnia e la leggerezza.

Sì, soprattutto la leggerezza. Perché anche se la sessione è alle porte, gli esami incalzano e non saremo mai troppo adulti per chiamarci dottori, io voglio ancora sentirmi leggera.

Senza superficialità.

PS allego foto dei sopravvissuti disponibili. Per chi non c’era, ho già pronto il rullino.

B vs Natale

Sono circa 7 anni che il Natale ed io abbiamo un problema. O forse sarebbe più corretto dire che io ho un problema con il Natale.

Di tutte le feste comandate, ha questo meraviglioso potere, di ricordare come nessuna, l’assenza.

Già, quell’assenza di chi hai perso che ti porti dentro come un macigno e che, durante il resto dell’anno riesci a gestire.

Ma poi arriva lui, anzi arriva la Vigilia, e tutto cambia. Perché è o non è la festa da passare in famiglia per antonomasia?

Esatto. E così sarà. Stasera mia madre ed io stapperemo del vino rosso e brinderemo a chi ha lasciato quel posto vuoto a tavola.

Perché lo sappiamo, avresti brindato con noi. E avresti preso in giro mamma perché, anche domani è Natale, non abbiamo nenache tirato fuori il presepe.

E voi, indipendentemente dal numero, state insieme. O se preferite state da soli.

Ma se avete qualcuno a voi caro, tenetevelo stretto.

Non solo oggi, ma tutti i giorni.

Buon Natale.

Una strana settimana

Tutto è cominciato quando la mia co-speaker ed io eravamo alla ricerca di persone da intervistare per Il Vaso di Pandora. Dopo Philippe Daverio serviva qualcuno di veramente interessante, qualcuno che sapesse raccontare anche le emozioni più complesse. Così, una nostra amica, praticamente la nostra fan e consigliera numero uno, ci ha suggerito Alessandro D’Avenia. Ormai non è più solo l’autore di Bianca come il latte e rossa come il sangue, ma ha pubblicato anche Ogni storia è una storia d’amore, il racconto di tante storie d’amore che parte da Orfeo ed Euridice per poi passare ad altre protagoniste come Zelda Sayre o Jeanne Hébuterne. Il professor D’Avenia è stato molto gentile e disponibilie, abbiamo parlato di amore e di come ci possa salvare. Se volete saperne di più, l’intervista è qui.

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Una ragazza che insegue il tram, la sua fida co-speaker e il loro (arc)angelo custode

Già così la settimana sarebbe entrata nella classifica delle settimane belle. Ma abbiamo voluto strafare. Sì, perché con Globe trotter abbiamo organizzato un incontro con Carlo Bonini, giornalista d’inchiesta, nonché autore di Suburra. Se vi ricordate l’avevo già intervistato qui, inflitrandomi con un microfono con scritto Radioluiss in un centro sociale di Garbatella mentre presentava il suo ultimo libro Il corpo del reato, sul caso Cucchi.

Carlo Bonini ha accettato di venirci a trovare e fin qui tutto bene. La cosa interessante è che da un piccolo workshop di redazione siamo arrivati ad una conferenza aperta e ad un’aula piena. Non solo, mi sono trovata dall’altro lato della cattedra con tanto di cavalierino con nome e cognome. Spoiler: alla fine della conferenza me lo sono portata a casa come fosse un trofeo.

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Nell’ordine da sinistra a destra professor De Sio, la sottoscritta, Carlo Bonini e la direttrice di Globe Trotter

Abbiamo parlato di tante cose, da Suburra ai mondi sommersi che si sviluppano a Roma e che, adesso, stanno prendendo il sopravvento. Il tutto passando per la politica locale e le elezioni ad Ostia.

Dopo questo incontro abbiamo anche realizzato un’intervista negli studi di Radioluiss.

23730790_10211019262253012_1929199238_oDefinire questa settimana impegnativa sarebbe riduttivo. Non ho avuto un attimo di respiro.

Rifarei tutto da capo?

Senza ombra di dubbio.

Internazionale a Ferrara

Tra il 29 e il 1 ottobre si è tenuto il Festival di Internazionale a Ferrara. Ora immaginatevi una piccola città il cui centro storico si colora di vita e ogni punto, davvero ogni punto, abbastanza spazioso da ospitare persone, che sia il teatro comunale o il cortile del Castello Estense, accoglie gli eventi culturali più svariati, dai dibattiti sulla satira, passando per la liberazione sessuale femminile all’essere genitori.

Questo è un po’ lo spirito del posto, un luogo d’incontro in cui misurarsi con diversi punti di vista. Incluso il meraviglioso umido che entra nelle ossa.

Ma va bene così, fa parte del gioco.

Durante questo weekend ricco di spunti intellettuali e gastronomici, ho avuto la possibilità di intervistare Claudia De Lillo, alias Elasti, giornalista, scrittrice e blogger.

Nella chiacchierata che abbiamo fatto per Radioluiss abbiamo parlato di un sacco di cose, di crescita, di sogni e di scrittura. È stato veramente un piacere parlare con lei e scoprire che dietro al personaggio presentato sul blog c’è una perosna genuina e reale.

L’intervista la trovate  qui .

Alla prossima avventura.

 

 

Ritorno estivo

Sono sparita per un po’, questo è innegabile. Probabilmente non mi andava di scrivere o forse avevo la testa troppo piena per farlo. Ancora non lo so, sta di fatto che ho abbandonato questa mia casa virtuale e mi dispiace.

Adesso che la mia vena creativa ha deciso di tornare, sono tornata anch’io.

Oggi vi racconto come mi è tornata la voglia di scrivere.

Alla fine in un modo molto semplice: leggendo.

Proprio ieri, dopo tanto tempo, sono andata in libreria e ho comprato dei libri per me. Intendiamoci, non è che in tutto questo tempo non abbia letto nenache un libro. Li leggevo in formato elettronico, che quando la vita è piena di impegni è pratico e facile da portare in giro.

Avendo tempo però, lo shopping in libreria rimane il mio preferito.

Così, mi sono concessa due libri di poesia.

Il primo è già uscito da un  po’ e per me è quel classico tipo di libro che “devo assolutamente leggere ma che comprerò la prossima volta”.

Sto parlando di Cento poesie d’amore a Ladyhawke di Michele Mari.

Sono poesie che parlando di un amore tormentato, di un amante abbandonato che però non riesce a rasegnarsi alla fine di questo rapporto e dunque scrive in versi la sua frustrazione e il suo dolore.

Le poesie sono estramente brevi, quasi degli epigrammi, ma è proprio questo il loro punto forte. Rendono il messaggio più immediato.

L’altro libro invece è più recente, gettonatissimo in rete, opera di una performer artist canadese di orgini indiane.

È Milk and Honey di Rupi Kaur.

Il libro si compone di quattro parti con diverse tematiche: il ferire, l’amare, lo spezzare e il guarire.

Anche qui i versi sono estremamente brevi, salvo qualche raro caso.

La particolarità è che alla fine di ogni peosia si trova un’illustrazione realizzata dall’autrice stessa.

I tratti sono essenziali, quasi degli scarabocchi realizzati al telefono. Ma è proprio lì che si cela la loro efficacia: risultano spontanei.

Così, grazie alla poesia sono tornata a quella che per me è la più grande soddisfazione: la scrittura.

The sun will set for you

Chester Bennington, cantante dei Linkin Park, è stato trovato morto suicida nella sua casa in California.

Non sono solita parlare di questi fatti, mi sembra sempre di entrare in un dolore che non mi riguarda.

Il dolore di una famiglia che ha perso qualcuno di caro, che fosse un padre, un figlio o un marito.

Questa volta però è diverso.

Sento di dover salutare la voce che mi ha fatto compagnia  nelle diverse tappe della mia crescita, soprattutto in quelle più brutte.

Quando il 6 settembre 2015 ho avuto la possibilità di ascoltare i Linkin Park dal vivo ancora non ci credevo.

Avevo aspettato così tanto quel momento che non pensavo sarebbe mai successo.

Poi siete saliti sul palco e non ho mai smesso di cantare.

Per ogni canzone c’era un ricordo. Non importava che fosse bello o brutto. La musica li faceva rivivere nonostante tutto.

Così io voglio ricordare te: mentre liberi tutta la potenza della tua voce sul palco di Rock in Roma.

R.I.P Chester.

La ragazza che inseguiva… le interviste 

Facciamo un’ipotesi. Ponete caso che qualcuno voglia fare la giornalista, in particolare si voglia dedicare all’inchiesta.

Non solo, questa persona ha anche un giornalista preferito che vorrebbe intervistare.

E se ci riuscisse?

Per completare la missione aggiungere un centro sociale, un libro da presentare, un microfono flash che non funziona e un’amica che ti accompagni.

Mescolare bene e otterrete la mia intervista a Carlo Bonini.

Sì, perché venerdì scorso ha presentato il suo ultimo libro Il Corpo del Reato alla Casetta Rossa, un centro sociale di Garbatella. Così, la mia amica, che per la privacy verrà interpretata da un angelo custode, mi ha accompagnata in missione.

Okay, avete il permesso di ridere all’idea di due luissine in un centro sociale. In effetti detta così è completamente fuori contesto. Ma alla fine ce la siamo cavata più che bene.

Non sappiamo se grazie alla sciarpa rossa della mia compagna di avventure o se grazie al mio parka. O forse perché alla fine stiamo parlando di preconcetti inutili.

Comunque, attimo di suspance perché l’unico che avremmo dovuto intervistare ufficialmente non sembrava voler arrivare.

Dopo trepidante attesa eccolo, peccato che stia per iniziare la presentazione. Quindi l’intervista è rimandata.

Dopo il dibattito sulla vicenda a cui hanno partecipato Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, Grazia Serra, nipote di Francesco Mastrogiovanni e Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International, la nostra eroina ce l’ha quasi fatta.

Così, assistita dal telefono, riesce a registrare quella che le sembra l’intervista del secolo e ad avere il libro firmato.

Non solo, riesce anche ad intervistare Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo.

Beh a qualcuno potrebbe essere andata molto bene. 

Ed essere molto contenta